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3. “Via Melloni 27, la casa che non dimentico” 

Milano, 24 ottobre 1942.

Era un pomeriggio d’autunno, il nostro papà volle anticipare la ricorrenza dei defunti e combinò di andare al cimitero maggiore dove erano sepolti, oltre a suo padre, anche alcuni suoi amici di montagna. 

Papà e mio fratello Piero partirono in bicicletta dalla via Melloni 27. Io (di seconda elementare), la mamma e la sorellina di quattro anni li seguimmo in tram dandoci appuntamento nel piazzale del cimitero.  
Arrivammo fino a piazza Firenze con il tram quando suonarono le sirene d’allarme. Tutti i mezzi si fermarono e la gente scese precipitosamente. Ci avviammo verso il tennis club Bonacossa e, appena arrivati all’angolo di via Bartolini con via Arimondi, fummo richiamati dall’ingresso della casa d’angolo e fatti entrare di corsa nel sotterraneo adibito a rifugio. 

Appena scesi un boato ci accolse: era caduta la porta d‘ingresso per un forte spostamento d’aria. Tremanti e piangenti, ci misero in un angolo riparato in attesa che arrivasse il cessato pericolo. Vicino al tennis c’era la casa della nonna paterna che raggiungemmo appena possibile uscendo in strada. Ci recammo velocemente dalla nonna e la sorpresa più grande fu che nella sua casa si erano rifugiati già mio papà e mio fratello con le biciclette. 

Dopo un momento di grande gioia ed euforia (carezzata la coniglia bianca che la nonna teneva sul balcone per riproduzione e per evitare la borsa nera), ci avviammo verso casa nella sicurezza di trovare un tram che si avvicinasse alla via Melloni. La sorellina, un po’ in spalla a papà e un po’ sul sellino della bici, piangeva e chiedeva qualcosa da mangiare. Intanto la sera calava, le luci degli incendi si alternavano a momenti di tregua.  

Ci mettemmo due ore per arrivare vicino a casa e quando svoltammo da via Fiamma a via Melloni, la casa bruciava (noi abitavamo al terzo e ultimo piano) e il telaio del tetto era di legno. Era pericoloso salire e immediatamente ci costrinsero a fare un paio di isolati per raggiungere la casa della nonna materna rimasta integra. I nonni ci accolsero, ci rifocillarono e misero a dormire noi ragazzi.  
La mamma e il papà passarono la notte cercando di salvare qualcosa dall’incendio mentre la loro camera bruciava senza ormai lasciare niente. In soggiorno la bomba caduta sul mobile si era spenta perché finita in un barattolo di cetrioli in aceto. Quel vecchio coperto sfondato e poi sostituito è ancora adesso nella nostra casa di campagna. 

Pippo, seconda guerra mondiale.Fonte:allacciatilestorie

Il mattino seguente fummo accompagnati in treno a Delebio dalle nipoti della nonna che lavoravano a Milano e lì finì la nostra avventura. Tornammo a Milano solo nell’autunno del ‘45 per la ripresa delle scuole. Fummo tenuti allo scuro di tutte le brutte faccende successe in Italia nell’estete del ‘43. Vivemmo quasi in una nuvola beata. Solo quando si faceva vedere Pippo si correva a spegnere tutti i lumi. Il nostro compito di figli più grandi era quello di andare a raccogliere i virgulti di robina per i conigli che si moltiplicavano nelle gabbie costruite dal papà. 

Liberazione, Milano. Fonte:MilanoFree.it

Fino a quaranta conigli arrivò la dedizione della mamma che si alzava alle sei per pulire le gabbie prima che noi uscissimo dal letto. Dopo l’8 settembre il comando della repubblica dei Salò ordinò lo sfratto dalle scuole elementari. Il sindaco (allora chiamato podestà) trovò cinque aule di fortuna sparse nel paese, ma utili per le cinque classi. La mia era nella casa del Canonico dove c’era un’aula a piano terreno fornita di una stufa a legna. Noi bambini portavamo a turno da casa la legna necessaria per riscaldare. Ricordo che quando cantavamo in classe la maestra Ida chiudeva le finestre perché non si udissero i canti che non erano quelli del regime. Arrivata la Liberazione, poco alla volta le cose semplici si normalizzarono. Rimasero ancora le tessere annonarie e le difficoltà degli spostamenti. Tornammo a Milano per l’inizio dell’anno scolastico ‘45 – ‘46, tuttavia nel periodo natalizio non c’era in città il carbone sufficiente per riscaldare gli ambienti e le scuole furono chiuse per circa un mese.  

Le maestre di quinta si impegnarono per riunirci anche nei giorni di chiusura di gennaio in modo da poter affrontare gli esami di quinta, all’epoca molto importanti. 
Noi ci trovavamo quasi tutte le mattine nel retrobottega di un’osteria che aveva una bella stufa preparata già calda per i frequentatori del pomeriggio. Era attivo il commercio degli indumenti militari americani con i quali le tre zie Bertolazzi confezionavano gli abiti per noi ragazzi. 
Il trasporto pubblico era in qualche modo ripreso e nel freddo inverno del ‘46 si usavano le cosiddette stufe a segatura. Solo allora venimmo a sapere che la mamma aveva dovuto abortire nel ‘42 in seguito allo stress della casa di Milano andata a fuoco.  

Il papà, con la sua piccola impresa edile, aveva per due volte riparato l’appartamento (in affitto) e più tardi avrebbe ricevuto l’importo di ben 49mila lire per tutti i danni subiti.   

Anna Risari

Fonte mappa Milano anni ’40: Stagniweb

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