Sono piombata in Bovisa nel 1979. Venivo dalla Brianza e in precedenza avevo immaginato la mia vita futura in prossimità di prati, boschi, corsi d’acqua. E poi ho sposato un milanese e i milanesi, si sa, quasi mai si spostano dalla loro amata città. Mio marito non ci pensava proprio, pur essendo, a sua volta, nuovo del posto, capitato lì per caso mentre cercava un’abitazione economica.
La Bovisa mi appariva grigia e nebbiosa. Non c’era niente, a parte i negozietti per fare la spesa e il cinema Perla. Ah no, c’era la vasta area ex Montedison, una distesa di edifici industriali in rovina che era obbligatorio attraversare per raggiungere la stazione, cosa che mi toccava ogni mattina per andare al lavoro. Percorso piuttosto inquietante. Il Politecnico era di là da venire, niente biblioteche, librerie, niente spazi verdi, niente di niente. Per andare in centro c’era però il tram numero 8, che in una mezz’oretta comodamente ti ci portava.
Non avevo scelta, mi sono dovuta adattare. E ho scoperto un mondo. Un mondo fatto di persone semplici, cordiali, disponibili. Persone non ancora contaminate dal dilagante consumismo che ormai si faceva strada ovunque. Persone che conducevano un’esistenza frugale, molto legate al quartiere, che più che un quartiere sembrava un borgo. E in effetti la Bovisa ha confini ben precisi, segnati dai binari della ferrovia che la circondano per gran parte. Gli abitanti lo avvertivano nettamente. Li ricordo, ricordo i volti, le voci, dei vicini di casa, dei compagni di viaggio in treno, dei frequentatori dei negozietti. Da loro mi sono sentita accolta, lì, mai l’avrei immaginato, sono stata bene. Così quando, tre anni dopo, ce ne siamo andati altrove per sistemarci in un appartamento un poco più spazioso di quello microscopico di via Michetti, ero, sì, contenta, ma anche un po’ triste per il distacco da un quartiere al quale mi ero ormai affezionata.
E non sarà un caso che quando, molti anni dopo, abbiamo deciso di aiutare nostro figlio a mettere su casa, siamo di nuovo tornati lì, in Bovisa, luogo in cui ancora adesso lui vive con la compagna e la loro bambina.
Ora frequento la Bovisa da nonna. Una Bovisa molto diversa da quella degli anni Settanta. La ex Montedison è sparita, ci sono il Politecnico, il passante ferroviario, case nuove, librerie, la biblioteca, laboratori artigianali, iniziative di vario genere. Ci sono parchetti e giardinetti, e persino il progetto del parco della “Goccia”, che mi auguro venga realizzato in tempi non biblici come non di rado avviene.
Peccato per il cinema Perla, di quello si sente la mancanza.
Il quartiere, ora multietnico, vede la presenza di giovani coppie e famiglie spinte qui dalla gentrificazione di aree più centrali. Io ne percorro le strade, osservo le novità con la bimba per mano che mi guida sicura nel suo piccolo mondo, davvero diverso da quello che ho conosciuto tanti anni fa, ma non ancora travolto dai cambiamenti che stanno snaturando Milano.
Donata Massola


