Negli anni ‘40/’50 era l’estrema periferia di Milano, che lì finiva. Proprio nella nostra strada (Via Fra Galgario) faceva capolinea il tram 18 che girava attorno a un piccolo isolato di villette con giardino e si fermava davanti al n. 10 della via.

La nostra casa era in un edificio di 5 piani che andava dal n. 2 al n. 10 e comprendeva praticamente tutta la via. Il palazzo, costruito nel 1930 circa, era molto dignitoso, gli appartamenti spaziosi, con molte camere, i bagni e tutto quanto necessario. Aveva perfino gli ascensori, di legno e vetro, con i sedili in velluto, la pulsantiera e le decorazioni in ottone regolarmente lucidati dai cosiddetti portinai.
Ci vivevano famiglie che avevano i figli più o meno della stessa età, tanti ragazzini, poche ragazzine (io ero una di loro) che giocavano regolarmente in strada. Il marciapiede era largo, con una parte asfaltata e una parte sterrata con gli alberi. Si poteva giocare per strada sempre, stando attenti alle poche auto o al tram che arrivava… e allora i ragazzi che giocavano a calcio si fermavano al grido: «AUTO!» o «TRAM!» per poi riprendere la competizione.

Dietro la casa c’era Piazza Siena, e una distesa di prati, una roggia, la Luna, da dove i ragazzini catturavano le raganelle verdi per portarne alcune a casa e metterle nel lavandino per far strillare le madri e le sorelle. Il grande prato nell’aiuola centrale della piazza era tutto a buche testimonianza di piante scomparse negli inverni di guerra più freddi e ci giocavamo ai cow boys e indiani con piccoli archi e frecce in legno di balsa che ci costruivamo noi, acquistando il necessario alla cartoleria di via Fra Galgario.
Nella via c’erano i negozi necessari: fornaio, salumeria, cartoleria, drogheria, ortolano, macellaio, ciabattino. Poi, dietro l’angolo all’inizio di via Forze Armate, c’era il lattaio, dove ogni giorno ci facevamo mandare dalla mamma a prendere il latte… perché i ragazzi stazionavano lì davanti a chiacchierare e aspettare di vedere noi ragazze.

Le serate tiepide di maggio ci vedevano andare alle funzioni nella chiesa dei frati di Piazzale Velasquez e poi si stava fuori ad aspettare la processione, a godere della pace e dei giochi, bonariamente controllati dai genitori dalle finestre e delle chiacchiere che ci scambiavamo seduti sul gradino del negozio del fornaio.
L’estate passava così, qualcuno poteva permettersi le vacanze al mare o in montagna, oppure avendo quasi ogni famiglia i nonni in qualche paese d’origine (nella bergamasca, in Valcamonica, in Trentino o in Piemonte) vi portava i figli a passare la “villeggiatura”.

Il gruppetto di Ragazzi della Fraga, che si ispirava ai Ragazzi della Via Pàl (libro da noi amato e riletto più volte, commuovendoci sulla sorte di Nemecsek), però senza guerre con bande rivali, comprendeva anche me, unica femmina che si divertiva coi giochi “da maschi”, e una dozzina di ragazzini che mi hanno sempre trattata con un’amicizia e un rispetto oggi inimmaginabili.
Ogni tanto qualche superstite ancora si fa vivo, per scambiare notizie telefoniche sulle lunghe vite trascorse, tutti con un ricordo dolce, struggente e nostalgico di un’epoca lontana e di una Milano ormai perduta.
Graziana Canova Tura
Foto in copertina: Via Fra Galgario, anni ’50. Acquerello realizzato da Michelangelo Canzi

Se a Paris gh’e la Sena e El Danubi l’è blu a Milano gh’e la Fraga e pueu pu”
Io non ho mai vissuto in Fraga, Ma ho conosciuto Sandro Navone, a scuola , da quel momento, quasi tutti i giorni ero in Fra, e sono stato accolto in famiglia come l’ottavo figlio, Navone. Tutt’ora I Navone sono miei amici. E ci sentiamo. Spesso. Dal 1970 ho vissuto tutte le attività della Fraga. Grazie Ragazzi.